a Il Marchio di Caino
sabato, 17 maggio 2008 | in :
Cari amici nonchè lettori, mi spiace non aver più aggiornato il blog.
Il romanzo sta proseguendo, ormai si sta avviando alla conclusione. Appena sarà pronto ve lo comunicherò sia da questo blog, sia da quello mio principale (narrare la fede, una scrittrice di christian fiction). Però alcune case editrici che ho contattato mi hanno chiesto di non renderlo pubblico, perciò chi volesse leggerlo è pregato di scrivermi via mail e io provvederò a spedire il file. Sapete che non ho nessun problema a diffondere in rete i file dei miei romanzi: su Lulu.com, dove si trovano i miei lavori, i download sono tutti gratis. Perciò mi raccomando: se foste interessati a leggere il proseguo di questo romanzo cristiano, scrivetemi tranquillamente (la mia mail è qui a fianco sulla colonna di destra). Altrimenti buon passaggio per il blog, che ad ogni modo lascio ancora aperto per un altro pò di tempo.
Per il futuro chissà.
Buone cose a tutti!
Elisabetta
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giovedì, 14 febbraio 2008 | in :


XIII

 

“Timore e spavento mi invadono

e lo sgomento mi opprime.

Dico: “Chi mi darà ali come di colomba,

per volare e trovare riposo?”

(Salmo 54)

 

« Frumento di Cristo noi siamo,

cresciuti nel sole di Dio,

nell’acqua del fonte impastati,

segnati dal crisma divino.

 

In pane trasformaci, o Padre,

per il sacramento di pace:

un Pane, uno Spirito, un Corpo,

la Chiesa una-santa, o Signore.

 

O Cristo, pastore glorioso,

a te la potenza e l’onore

col Padre e lo Spirito Santo

nei secoli dei secoli. Amen ».[i]

 

Il canto delle lodi dei monaci risuonò all’interno dell’abbazia caldo e potente. Lo sparuto gruppo dei sai bruni dei fratelli e delle tonache azzurre drappeggiate da un velo bianco lungo fino a terra della sorelle era radunato come un piccolo gregge davanti all’altare maggiore della chiesa.

I fratelli e le sorelle di Gerusalemme: era così che si chiamava la comunità monastica custode dell’isola. La Chiesa era ancora viva; piccole comunità, come oasi di fede, sbriciolate come lievito nel bel mezzo di grandi città.

Un cartellone grande recitava: “Padre, non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv. 17,15).

Seduta sull’ultimo banco che separava, tramite un cordone rosso che si snodava da un capo all’altro della navata, la zona dove si stavano officiando i sacri riti da quella dove proseguiva l’andirivieni ininterrotto di turisti, Sylvie contemplava estasiata l’equilibrio, l’armonia, la pace di quelle mura antiche di secoli. Era come se lì dentro il tempo si fosse fermato, ed esistessero solo lei, la Chiesa e Dio. E come se questa fosse la Verità, l’unica verità, e che tutti gli sforzi di tutte le generazioni umane per vivere, lavorare, sposarsi, crescere i figli, curarsi, combattere… come se tutto ciò fosse di secondaria importanza rispetto all’eternità.

Tutta l’architettura gotica splendeva come un’ode innalzata per contemplare il Creatore. Stupore e magnificenza. Guglie elaborate si allungavano sul soffitto, sotto di esse un ordine di arcate cieche, a sesto acuto, correva lungo tutto il perimetro della chiesa, poggiante su un sottostante ordine principale di archi a sesto acuto molto più grandi, che si ripetevano distanziati; enormi colonne polistili li reggevano.

Tutto offriva a Sylvie uno spettacolo grandioso: l’altare maggiore di marmo con i bassorilievi della passione di Cristo, le statue delle pie donne ai piedi della croce ai lati dell’altare, i pesanti candelabri con le loro decine di fiammelle, le vetrate colorate.

Su di un lato una mensola forniva la base di appoggio per una statua della Madonna addolorata, reggente il Cristo morto tra le braccia.

Gli occhi stanchi di Sylvie ritornavano ossessivamente ad appoggiarsi a quella figura straziata di madre, sola, stanca, provata, con il petto squarciato dal dolore. Era proprio lì, sulla Madre, che gli occhi e l’anima di Sylvie trovavano pace.

 

« Il Dio della speranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi ».

« E con il tuo spirito ».

 

Ben presto le lodi cedettero il passo all’eucarestia.

Sylvie ascoltava rapita le parole dei riti d’introduzione, mentre Judith, accanto a lei nel passeggino, voltava la testa di lato per osservare curiosa dove si trovasse. Ogni tanto rilasciava qualche gridolino che veniva assorbito dallo spessore delle mura della chiesa. L’ambiente era circoscritto, poco spazioso, ma relativamente silenzioso per la possenza dei basamenti dell’edificio.

Non era la prima volta che prendeva parte ad una celebrazione eucaristica, ma ora era diverso. Si rendeva conto che quella era la prima volta che vi partecipava come battezzata. Battezzata. La sua mente ritornava su questa parola come a volerne astrarre il senso misterioso, cosa d’ora innanzi avrebbe significato per lei, come sarebbe cambiata la sua vita.

Intuiva con la luce dello Spirito che era come se le fosse stata offerta una nuova occasione, in cui lei non sarebbe più stata Sylvie Montand, figlia di Eleonor e Richard Montand, ma Sylvie di Dio. Intuiva che Dio, d’ora innanzi, sarebbe stato tutto per lei, padre, madre, fratello, sorella, amico, sposo. Era pronta per questo passo? Ma l’aveva già fatto questo passo… la notte in cui si era trovata in periculo mortis… ed allora l’aveva desiderato, e senza che lei parlasse esplicitamente a Federìch, lui aveva capito e l’aveva battezzata… la voce dello Spirito seguiva una sua strada invisibile e si manifestava con la potenza dei segni.

Prima era una catecumena, le avevano spiegato il significato di questa parola i fratelli della comunità di Coen. Partecipava all’eucarestia senza potersi avvicinare al sacramento del corpo e del sangue di Cristo; ma si preparava a quel momento, pregando e scrutando le sacre scritture, finchè la notte di Pasqua avrebbe potuto accostarsi anche lei alla pisside ed al calice della definitiva vittoria sulla morte.

 

« Signore, nostra pace,

abbi pietà di noi.

Cristo, nostra Pasqua,

abbi pietà di noi.

Signore, nostra vita,

abbi pietà di noi ».[2]

 

Sylvie prese ad ascoltare con sempre più attenzione, si sentiva come una calamita attratta da una forza sconosciuta, potente ed irresistibile .

L’atto penitenziale le fece mormorare dentro di sé la richiesta di perdono a Dio per i propri peccati. La sua formazione cristiana era appena cominciata e già le era stata concessa dall’Altissimo la grazia di diventare sua figlia; contò mentalmente che erano trascorsi appena otto mesi da quando aveva preso ad abitare con la comunità, loro ospite e sorella al tempo stesso.

Non s’immaginava che avrebbe ricevuto il battesimo a quel modo. Nella sua testa si era sempre raffigurata lei con la veste bianca dei catecumeni, con in braccio Giudith, e che entrambe ricevevano sul capo l’acqua benedetta dalla mano di un ministro di Dio, in mezzo alla festosa acclamazione da parte dei fratelli della comunità.

Invece l’acqua che aveva ricevuto era stata l’acqua micidiale dell’oceano, e la mano che gliel’aveva offerta era stata quella di un amico, di un caro amico, quasi di un fratello, non c’erano stati canti e battiti di mani perché era una notte fosca, in cui il buio avvolgeva ogni cosa. Che strano mistero, che con quell’acqua gelida dell’oceano, dove Federìch aveva quasi trovato la morte – quasi – lei fosse rinata per la vita eterna. Che ci fosse una correlazione tra la sua  nuova vita e  la mancata morte di lui?

I miei pensieri non sono i vostri pensieri… le riecheggiò il salmo nella mente.



[2] Liturgia secondo il Tempo di Pasqua.



1 Per la precisione questo è l’inno dell’Ufficio delle Letture, non delle Lodi. Ma per esigenze narrative (visto che questo capitolo presenta l’eucarestia alla quale assiste Sylvie) ho preferito inserire come inno delle Lodi questo inno, mi è sembrato più appropriato.

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lunedì, 28 gennaio 2008 | in :

Capitolo XII (prosegue dal capitolo precedente):


Sylvie con il poco fiato che le rimaneva ancora in corpo si diresse senza esitazione verso la massiccia costruzione dell’abbazia, costeggiando la spiaggia; con famelica brama il mare si spingeva sempre più all’interno avviluppavando il terreno scosceso dell’isola, e Sylvie aveva il suo bel daffare ad evitare di farsi bagnare dalle onde. Cercava di camminare mantenendosi all’asciutto, ma il suolo sassoso e ispido, la fatica di trascinarsi dietro il passeggino e lo sfinimento generale in cui si trovava (e la pendenza del terreno non l’aiutava di certo) facevano sì che il suo lento incedere procedesse a zig zag, esattamente come le onde del mare che si accasciavano sulla spiaggia per poi essere risucchiate via dalla corrente.

Ormai la luce del giorno spandeva il suo riverbero dorato su ogni cosa.

Intravide l’insegna di un’osteria sbatacchiata dal vento là dove iniziavano ad accalcarsi le prime case di pietra; decise che sarebbe andata lì a cercare riparo. Aveva bisogno di cibo e di una bevanda calda, in più doveva allattare Judith. Le serviva una stanza, un luogo sicuro, anche si fosse trattato solo di un angolo di muro vicino al tepore di un camino. Il freddo le era diventato insopportabile, era pressochè certa di covare una forte influenza.

La locanda recava un nome scritto in maniera arzigogolata sulla targa cigolante: “Al faro”. L’edificio in perfetto stile nordico, stretto ed alto, con le finestre allampanate come due fessure nella roccia e con un tetto dalla pendenza spaventosa coperto di scaglie d’ardesia, s’incuneava tra le case come un faraglione scolpito dalla forza del vento. L’abbazia dietro troneggiava cupa e silenziosa, abbarbicata su quei duri sassi, custode di millenni di storia. Il monte che ne reggeva le fondamenta si levava alto e mesto contro il cielo plumbeo.

Sylvie esitò un attimo prima di spingere la pesante porta di legno e di entrare. Non sapeva cosa l’aspettava una volta oltrepassata quella soglia, forse un incontro fortunato, forse no. Lo stato logoro dei suoi vestiti ed il suo aspetto malandato potevano mettere sul chi va là eventuali guardie, come si trattasse di una fuggitiva. Pregò nel suo cuore che non accadesse nulla di tutto questo; era sfinita, non aveva le forze di salire fino all’abbazia per presentarsi ai monaci e domandare loro aiuto. Doveva fermarsi prima lì.

Innalzò un’invocazione a Dio: “Fa che tutti i miei sforzi non naufraghino proprio adesso che sono ad un passo dalla salvezza!”.

Come spinse la porta la investì un refolo di aria calda e fumosa. L’ambiente consisteva in un’unica sala abbastanza grande, con addossato sull’angolo più a nord un enorme camino dentro il quale, in quel momento, stava scoppiettando una fiamma vivace. Siccome era mattina presto nel locale non c’erano avventori, anzi, dava l’idea di essere stato appena aperto perché era ancora pulito e l’aria non era piena del fumo del tabacco dei marinai e dei locandieri.

Una donna corpulenta, presumibilmente la padrona, stava pulendo per terra con uno straccio strizzato ed uno spazzolone. Si sollevò dalla sua posizione ricurva quando Sylvie entrò, la guardò fissamente.

Sylvie era imbarazzata, non aveva preso in considerazione l’idea che la locanda fosse stata appena aperta.

“Posso entrare?” esitò con un fil di voce.

“Sì, solo evitate di venire nella parte centrale della sala, ho appena lavato il pavimento. Proseguite rasente al muro ed andate a mettervi vicino al fuoco” esortò il donnone in modo neutro. Non sembrava sorpresa – chissà quante ne aveva viste – ma nemmeno si dimostrò particolarmente sensibile. Al vedere la piccina, poi, non fece una piega. La freddezza dimostratale fu per Sylvie un duro colpo.

Come le era stato detto, Sylvie si mosse rasente al muro e raggiunse un tavolo un po’ defilato, vicino a quell’immenso focolare. Siccome Judith aveva attaccato a piangere, le sollevò dal passeggino con infinita dolcezza, la abbracciò facendole qualche coccola; le risultò un po’ difficile sbottonarsi il cappotto e aprirsi il pesante vestito scuro con le mani intirizzite dal freddo, ma alla fine ci riuscì e Judith si attaccò subito al seno appena sentì l’odore familare del capezzolo materno. Cominciò a succhiare con voracità.

Sylvie nel frattempo si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi per riposare. Era stupita di avere latte; contando tutte le fatiche che aveva dovuto superare, la poca acqua bevuta e lo scarso cibo di cui aveva potuto disporre sul Douphine de la Mer, era sinceramente stupita che Judith trovasse ancora latte dentro il seno. Ma, per fortuna, c’era del latte, e  a quanto sembrava, ce n’era pure una discreta quantità.

Così ristorata, pensando alla gioia della figlia che – almeno lei – poteva mangiare, Sylvie chiuse gli occhi e si assopì in una specie di ansioso dormiveglia.

 

Voci confuse le arrivarono alle orecchie, mentre gli occhi impastati di sonno lottavano per rimanere chiusi nonostante il suo spirito si fosse risvegliato; Judith, dopo la poppata, si era addormentata in braccio alla madre.

“L’hanno trovato i fratelli Bouassonne, mentre uscivano sul finire della notte a pescare; sai volevano catturare pesce pregiato, con tutto quel rivoltolamento del mare dopo la tempesta della notte precedente…”.

“Vivo?”.

“Ancora vivo, da non crederci!”.

“Ma quanto tempo sarà rimasto in acqua?”.

“C’è chi dice molte ore, chi dice un giorno intero…”.

“Impossibile un giorno intero!”.

“Appunto, è quello che dico io! Però se è vero che è stato sbalzato in mare dalla furia della tempesta, bè, quella si è scatenata la notte scorsa… ammesso poi l’abbiano trovato questa notte, in effetti è rimasto in acqua un giorno intero, da notte a notte… Emile si ostina a ripetere che l’ha trovato semiassiderato, in stato incosciente, trascinato alla deriva attaccato al rottame di una nave”.

“Quanta strada avrà percorso in quel modo?”.

“Chi può dirlo?”.

“Si sa il suo nome?”.

“Nessuno lo sa. Non gli ha ancora parlato nessuno. Anzi, a quel che so non si è nemmeno svegliato, sembra sia in coma. L’hanno portato dai monaci, almeno quelli preghieranno per lui…”.

“Povero ragazzo…”.

“Eh sì, così giovane… quelli che l’hanno visto hanno riferito che è pure un bel giovane”.

“Caro ragazzo, che brutta fine ha fatto! Solo un miracolo potrebbe farlo risvegliare…”.

“Dici bene, solo un miracolo… !”.

 

Su poche sedie più in là, nessuno si accorse di una giovane donna con un figlio addormentato in braccio alla quale scesero due lacrime di gioia sul viso stanco, ma trasfigurato dalla speranza.

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lunedì, 17 dicembre 2007 | in :

Capitolo XII (continua dal post precedente):


... Sylvie fu issata sulla scialuppa con la figlia, il passeggino ed una coperta in cui era avvolta Judith, insieme a qualche provvista. Il comandante le aveva dato due grossi stivaloni di gomma che lei aveva indossato subito, per non sporcarsi i piedi con il fondale del mare e con le buche d’acqua nel terreno che avrebbe dovuto attraversare in fretta.

Ma mano che la scialuppa si avvicinava al luogo della bassa marea, si intravedeva meglio l’isola, che pur restava però in lontananza.

Giunse il momento per Sylvie di smontare dalla scialuppa. Con un nodo in gola e lo stomaco chiuso dalla preoccupazione appoggiò il primo piede a terra. La suola di gomma dello stivale affondò leggermente sulla sabbia umida del fondale. Poi mise a terra anche l’altro piede, sprofondando ancora di più. Infine aprì il passeggino, infilò le provviste e le sue cose nella retina attaccata al passeggino e vi sistemò dentro Judith avvolta nella coperta. Dovette procedere a ritroso tirandosi dietro il passeggino, si ricordò infatti di tutte le volte che era stata in spiaggia ed aveva visto le altre madri che sulla sabbia spingevano il passeggino alla rovescia per farlo procedere in avanti.

Salutò il mozzo che l’aveva accompagnata. Guardò verso la nave, ma non vide il capitano. Si dispiacque, possibile che potesse essere un uomo così senza cuore da non salutarla nemmeno?

Poi senza voltarsi cominciò a procedere lentamente a ritroso, tirandosi con sé il passeggino come un carico pesante e obbligatorio. Camminava indietro come un gambero, ma non c’era alternativa.

Ogni tanto si fermava esausta, allora dava un’occhiata all’orologio e si voltava a scrutare quanta distanza le restasse ancora da coprire. In quei frangenti l’evidenza le appariva con disarmante crudeltà: l’isola le sembrava sempre ferma nello stesso punto, come se fino ad allora avesse arrancato solo nella sua immaginazione. La vedeva, sì, e la vedeva bene. Ma era come se tra lei e l’isola la distanza rimanesse insormontabile. Mont Saint-Michel si ergeva a riparo sicuro per tutti gli uomini fuorché per lei e per sua figlia.

Sylvie cominciò ad arrancare più in fretta che potè, col cuore che le martellava forte nel petto per la preoccupazione di non farcela; per quanto, a rigor di logica, le sembrava di procedere a ritroso in linea retta verso la terraferma, l’incertezza della rotta verso quel porto tanto agognato – non aveva nemmeno una bussola per orientarsi – costringeva il suo animo in uno stato di calma disperazione. Voleva farcela, lo desiderava con tutte le sue forze. Ma ogni minuto che passava il dubbio le si insinuava dentro, crescendo con la voracità dell’apprensione non controbilanciata da nessuna sicurezza. Sylvie si ritrovava a fare i conti con se stessa e quel che ne usciva era allarmante: era stanca, confusa, affamata, sporca, responsabile di una figlia di sei mesi, sola a dover gestire i propri incubi.

Era da quasi un’ora che camminava, i sei chilometri di cui le aveva parlato il mozzo ad occhio e croce stavano per terminare.

Ogni tanto sostava per respirare a pieni polmoni, gettando uno sguardo allarmato a Judith che, semi-sveglia, e probabilmente pure infreddolita ed affamata (si chiedeva infatti con terrore quando avrebbe iniziato a piangere), si agitava dentro la coperta; poi riprendeva la sua lenta marcia attraverso il mare che si era ritirato.

Ad un certo punto, quando l’isola era ormai bene in vista, sentì i rintocchi argentini di una campana. Udire quel suono e sentirsi spalancare dentro le porte della speranza fu un tutt’uno. Come era buffo il destino, pensò. Sei rintocchi appena di un così umile strumento, e nuova linfa aveva ripreso a scorrerle dentro; erano bastati quei sei rintocchi ad infonderle la vita.

S’affrettò col desiderio di arrivare il prima possibile; una parte del suo cuore le disse che Dio non l’aveva ancora abbandonata. Ti potrebbe mai abbandonare Dio, si chiese?

Poco dopo si levò un debole vento, segno che la marea si stava alzando.

Sylvie non aveva più paura perché ormai era in vista dell’abbazia, calcolava che ancora un quarto d’ora circa e sarebbe arrivata sul retro dell’isola. Poi avrebbe dovuto girarla per arrivare sul davanti. Ma restò impressionata dalla velocità con cui stava cambiando il tempo. Il cielo stava assumendo tonalità scure e l’aria si alzava in maniera costante spargendo freddo; rivoli d’acqua corrente facevano cic-ciac sotto i suoi stivaloni di gomma.

Finalmente mise piede sulla terra ferma. S’inginocchiò esausta, e benedisse quel lembo di isola sul quale ora i suoi piedi potevano dirsi sicuri. Judith la guardava curiosa, irrequieta, impaziente di mangiare. Probabilmente, se non aveva ancora pianto, era solo perché la poverina era rimasta impressionata da  una simile traversata.

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lunedì, 10 dicembre 2007 | in :
Cari amici, scusate la mia prolungata assenza nel postare nuove parti del romanzo. Questi ultimi mesi li ho spesi a curare le edizioni di tre libri (scritti in precedenza) che ora potete trovare gratis sul Lulu.com. Qui a fianco c'è l'immagine dei miei libri, la versione stampata costa ma il download è assolutamente gratis. L'ho fatto per diffondere la buona stampa cattolica, convinta che la narrativa oggi più che mai possa aiutare la riqualificazione del tessuto culturale, valoriale ed umano cristiano nella nostra società consumistica e relativista.
Bene, vi assicuro che cercherò ogni settimana di aggiungere post nuovi, in modo da terminare il romanzo nel corso di quest'inverno. Ormai siamo a metà del romanzo, la storia ha preso vita e devo solo seguirla (uno scrittore ascolta dentro di sè la storia e solo così può scriverla. Non c'è nulla da costruire, c'è tutto invece da ascoltare).
Vi saluto con gioia e con la speranza che torniate numerosi a leggere il seguito di questa storia. Farò post più brevi, ma più costanti.
Ciao a tutti!

Capitolo XII (segue dal post precedente):

Come previsto allo spuntare del giorno giunsero in vista di Mont Saint Michel.

Il cielo pareva un’enorme tela in cui una mano esperta avesse tinto strati alterni di rosa pesco e di blu cobalto. In mezzo a quel quadro potente e commovente, tenui raggi, le vedette del mattino, filtravano come da invisibili fori nella tela grezza.

Il monastero si ergeva in lontananza. Visto dalla neve faceva pensare ad un pugno chiuso con il dito puntato verso l’alto, come ad indicare un qualche posto importante in quella fetta di cielo sopra il monte; in qualsiasi direzione si spingeva lo sguardo, esso si perdeva in chilometri e chilometri di baia prosciugata dall’acqua, una desolazione immensa. Spuntava solo l’isolotto con abbarbicata in cima la rocca del monastero, a cui il piccolo borgo antico sembrava aggrapparsi con le unghie e con i denti.

Sylvie pensò per un attimo che, se le avessero detto che quella costruzione era l’unica cosa rimasta della civiltà umana, vi avrebbe creduto, tale era il senso di smisurata solitudine che emanava da quella vista.

Guardò in alto il cielo striato per prendere coraggio, notò che in prossimità del campanile splendeva l’ultima stella della notte, la prima del mattino. Senza sapersene spiegare il motivo le venne in mente un inno cristiano che le stava molto a cuore: “Ave, o stella del mare, madre gloriosa di Dio, vergine sempre, Maria, porta felice del cielo…”, si commosse al pensiero che una così forte e divina protettrice, più potente ancora dell’Arcangelo a cui era dedicato il monastero, fosse stata designata da Dio onnipotente per sconfiggere il padre di tutte le menzogne. Una donna e suo Figlio. Anche lei era una donna, e anche lei aveva da poco partorito un figlio, o meglio, una figlia. In quel momento sentì che Maria le era vicinissima.

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lunedì, 01 ottobre 2007 | in :

XII

 

“I passi del mio vagare tu li hai contati,

le mie lacrime nell’otre tuo taccogli;

non sono forse scritte nel tuo libro?”

(Salmo 56, 9)

 

Il sorgere del sole portò con sé uno spettacolo meraviglioso, come se dopo lo scatenarsi delle onde e della furia del vento la natura si fosse placata e ora desiderasse solo abbeverarsi alle acque morbide e calme del mare.

Se Sylvie avesse potuto contemplare quel panorama, un simile incanto della quiete dopo la tempesta, avrebbe osservato come lo spesso strato di nubi grigio piombo stesse diradandosi lasciando filtrare qua e là tenui raggi di sole,  i primi messaggeri del mattino; e come la nuvolaglia scura andasse sempre più stemperandosi, per lasciar posto a chiazze rosate o ambrate, che nell’insieme assomigliavano a fiori in sboccio nella volta celeste.

Col passare delle ore il cielo si stagliava alto, profondo, azzurro, pulito. Il sole emanava la sua luce radiosa e calda, proprio come un amico solidale dopo la nottata tremenda e fredda. Le nuvole erano scomparse ed il vento si era calmato, spirava una brezza leggera.

Era un nuovo giorno, in cui la natura aveva fatto pace con se stessa e la vita seguitava ad andare avanti secondo il suo imprescrutabile corso. Anzi, il pensiero che appena la notte prima in quel posto si fosse scatenato il finimondo sembrava un azzardo difficile da credere.

La nave era ancorata alla baia di La Hague, il capitano voleva tentare una stima approssimativa dei danni. Per questo aveva mandato i due aiutanti sotto coperta con l’ordine tassativo di non uscirne finchè la nave non fosse stata rimessa in sesto, pronta per salpare.

I due mozzi si erano salvati perché nel momento di massimo pericolo avevano abbandonato la sala motori per un luogo più sicuro, con la conseguenza che la stanza era stata in parte allagata da una falla e i motori adesso andavano riparati.

Il capitano aveva inveito contro di loro un ventaglio di insulti molto coloriti, poi era sceso in basso ed aveva iniziato la riparazione, con mozzi al seguito; l’idea di seguire il comandante sotto coperta non li entusiasmava, ma in questi casi resistere significava tutto, perciò gli insulti volarono sopra di loro come avessero avuto i tappi nelle orecchie.

Sylvie si trovava in una cabina di cui solo prima della tempesta ignorava l’esistenza. Era stesa su di un letto e stava riposando, con accanto Judith che ora, sotto le coperte e con una bella dose di paracetamolo in corpo e chissà quant’altro (il comandante in persona aveva preparato un intruglio per la piccola, assicurando la madre che sapeva quello che stava facendo), stava finalmente riposando soporitamente.

Sylvie però non riusciva a chiudere occhio. Ripensava alla tragica fatalità in cui Federìc aveva perso la vita. Si sentiva responsabile di quella morte. Quanto era successo era stato per lei uno shok, ed ora si trovava paralizzata dall’angoscia e dalla disperazione.

“Non l’ho aiutato, dovevo afferrarlo con tutte le mie forze ed impedire che sprofondasse in mare…” si torturava. “Che cosa mai ho fatto! Sono imperdonabile! IMPERDONABILE! Come ho potuto non rendermi conto che Federìc era sul punto di cedere, di scivolare in acqua…? Come diavolo ho fatto? Pazza, pazza, pazza che non sono altro! Adesso nessuno può riportarlo in vita! E che dirò alla sua famiglia, a sua madre, a suo fratello, alla comunità…? Con quali parole posso spiegare l’orrore…? E loro potranno mai scusarmi? Potranno capirmi?”.

Ora avrebbe dovuto proseguire il viaggio da sola, e ciò le creava ansia e ogni genere di timore; sola con se stessa, l’unico rumore nella stanza, oltre al respiro pesante di Judith, era quello dei suoi pensieri che si avventavano vorticosamente su di lei straziandole l’anima.

Come non riandare ogni secondo a quel ricordo martellante?

Il comandante si era calato nel punto che lei gli aveva indicato, ma senza ottenere alcun risultato.

Si era limitato ad alzare le spalle; e quando era tornato su le aveva rivolto un laconico: “E’ andato”.

“Non gli ho salvato la vita…” si era messa a singhiozzare lei, incapace di sopportare il peso della notizia.

“Il mare non perdona”.

Aveva girato i tacchi e se n’era andato, lasciandola sola con le sue lacrime ed il suo dolore. Un immenso dolore.

Un dolore incancellabile.

Ormai Federìc era diventato un amico sincero e fidato, il suo sostegno. Non poteva credere che fosse morto in quel modo, improvvisamente, per colpa di una tempesta imprevista scatenatasi contro una nave che non aveva potuto attraccare al primo porto disponibile perché il suo capitano era un contrabbandiere.

Poi pensò che lei stessa ormai era una fuori legge… non doveva prendersela con altri più che con sè stessa; cominciò a nutrire la sensazione che le cose non si sarebbero più potute mettere a posto, almeno non più come prima. Cominciava a rendersi conto che solo entro i limiti ordinati e precisi della legge civile (e penale) del suo paese era possibile condurre un’ esistenza ben sistemata, comoda, senza disturbare chichessia e senza venire disturbati; ma oltre quei limiti costruirsi un’altra vita, una vita alternativa, bè ora scopriva che il risultato non era più così accettabile… e quand’anche ci fosse riuscita, che senso le avrebbe dato? Sarebbe stata un’esistenza ancora auspicabile, apprezzabile?

Aveva oltrepassato la linea di confine con la giustizia della sua società, della sua gloriosa Europa di inizio secolo ventidueseimo, ed ora lei stessa ne pagava le conseguenze. A caro presso. Un prezzo amaro come il fiele. Ne era valsa la pena?

Assaporare la piena libertà non era stato per niente piacevole. Ma allora, si domandò, che significato poteva dare alla vita che aveva vissuto prima? Prima che suo marito scomparisse e che lei si risolvesse ad andare ad abitare con la comunità di cristiani? Poteva dirsi veramente libera prima, o era libera ora? E soprattutto, cos’era la libertà?

Si aggrappava freneticamente alle coperte e cercava di coprirsi il più possibile, per lenire il freddo del suo animo e non vedere più nulla. Non voleva più nemmeno stare a sentire nel suo cuore il Dio dei cristiani, avrebbe dato tutta sé stessa per anestetizzare la sua coscienza. Ora desiderava solo il buio.

Non dava la colpa a Dio di quanto era accaduto, no. La grazia era scesa nel suo cuore ancor prima che lei domandasse il battesimo a Federìc, ed ora quella stessa grazia la stava assistendo dal pensare a Dio come ad un assassino.

Federìc con quell’ultimo gesto profetico aveva semplicemente suggellato una realtà che già esisteva dentro di lei. La speranza di vita eterna aveva cominciato a battere nel cuore di Sylvie quando aveva conosciuto la piccola comunità di cristiani, si era nutrita della loro presenza pacifica, della loro fedele amicizia; quella speranza si era accresciuta con la preghiera, con l’ascolto della lettura della Bibbia e con la partecipazione ai sacramenti, pur non potendo fare la comunione, ed ora aveva assunto la figura di una croce tracciata sulla sua fronte con l’acqua salmastra del mare, quel mare che si era portato via colui che in quel modo le aveva donato la vita.

 

Sentì bussare. La porta si aprì senza che lei avesse il tempo di rispondere. Era uno dei mozzi.

“Il comandante mi ha detto di dirle che stasera ripartiremo. Secondo i suoi calcoli arriveremo a Saint Malò all’alba. Poiché Mont Saint Michel è situato poco prima di Saint Malò, dovremmo riuscire a farle attraversare la spiaggia con la bassa marea intorno alle quattro di domani mattina, allo spuntar del sole”.

“Così presto?”

“Passeremo di là per quell’ora, il capitano non vuole perdere tempo, men che meno fermare la nave solo per scortarla a Saint Michel. Così ha detto”.

“Dovrò andare a piedi, da sola?” chiese.

“Bè, uno di noi l’accompagnerà con la scialuppa fino a dove inizia la bassa marea. Dopo di che non abbiamo il permesso di accompagnarla fino al monastero. Ma con la bassa marea sarà una passaggiata veloce, un’oretta scarsa a piedi. Credo siano circa sei kilometri dal mare fino all’isola”.

“E se mi soprprende l’alta marea?”.

“Il comandante ha controllato il calendario delle maree, può stare sicura”.

“Allora va bene, grazie”.

“Non c’è di che. Buona fortuna” le augurò il mozzo.

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venerdì, 31 agosto 2007 | in :



XI

 

 “Il Signore tuona sulle acque,

 il Dio della gloria scatena il tuono,

il Signore, sull’immensità delle acque”

(Salmo 28, 3)

 

Il porto di Cabourg era uno dei porti ampliati in seguito alle leggi sul lavoro obbligatorio.

Sebbene la cittadina fosse piccola e per questo non particolarmente degna di nota, con i suoi  tetti d’ardesia nera, le case in solida pietra e i fiori colorati alle finestre strette e piccole incorniciate da blocchi di marmo bianco, essa era in tutto identica ad ogni altra cittadina affacciata sulla costa atlantica; il porto rappresentava l’unica attrazione, richiamava lavoratori da tutta la regione della Calvados. L’ampliamento risaliva al progetto vecchio di una decina d’anni riguardante la riconversione della costa settentrionale francese da agricolo-pastorale a commerciale, tramite l’ asse portante di una quarantina di porti che si snodavano in fila indiana da St-Pol-de-Léon in Bretagna a Calais nel Nor-Pas de Calais.

I porti, ciascuno con i suoi moli abbarbicati lungo le fredde scogliere come lingue di cemento e roccia che mal si stagliavano entro la bellezza selvaggia delle acque, erano stati suddivisi in porti commerciali ed in porti turistici. Le attività, infatti, erano state differenziate: navi da crociera, imbarcazioni di piccolo cabotaggio, yotch di lusso attraccavano in porti dotati di alberghi lussuosi, di catene di ristoranti, casinò, parchi, pub, negozi, centri commerciali. Navi veloci, mercantili, petroliere, pescherecci approdavano nei porti dediti alle attività commerciali. In questi porti lo spettacolo era di tutt’altro tipo. A parte le petroliere, il cui equipaggio era poco raccomandabile, tali scali erano destinati all’incremento delle attività agricole e ittiche, perciò erano crocevia di battelli più o meno piccoli e malandati che portavano da un punto all’altro della costa barili di sidro, la bevanda nazionale alcolica fatta di succo di mela, casse di acquavite, di formaggi e di pesce, specialmente ostriche.

Sylvie e Federic erano scesi in un porto di quest’ultimo tipo, ed ora ne stavano percorrendo la via principale per scovare Le Dauphin de la mer.

Stavano risalendo l’ampia strada tenendosi in disparte, cercando di confondersi con l’andirivieni di persone che occupavano i moli.

L’abbigliamento li aiutava: Sylvie indossava un comunissimo abito scuro, tipico delle donne di quella regione che lavoravano dietro ai bancali delle casse di pesce fresco appena pescato. Spingeva un passeggino piccolo, consumato dall’uso, al cui interno Judith stava dormendo serena, protetta da una coperta di cotone leggero.

Federic sembrava un vero e proprio pescatore, col basco per proteggersi dal vento di quelle zone, pantaloni larghi, camicia e giacca di lana logora dall’uso eccessivo.

Nessuno fece loro caso. Si mimetizzarono talmente bene che un omone enorme di carnagione nera da un piroscafo urlò a Federic, mentre questi si era fermato un attimo sotto di esso, intento a frugare con gli occhi il panorama alla ricerca della loro imbarcazione. Evidentemente il capitano, o chi per esso, doveva aver scambiato Federic per uno dei suoi marinai.

“Ehi, tu, passami quel carico, scansafatiche che non sei altro!” gli urlò.

Federic si girò all’istante, teso in volto.

“Dice a me, signore?”

“E a chi, sennò?”. L’uomo nero lo squadrò da cima a fondo come l’avesse aperto e ricucito in un sol momento.

“Guardi che si sbaglia, signore. Io non lavoro per lei”.

“Ah sì? E sai che me ne importa? Datti una mossa sennò ti chiudo in cabina a marcire col mio pesce… saluta tua moglie, falla finita e salta a bordo!”.

“Signore, le ripeto che non è come crede lei, non posso aiutarla…”.

“Conto fino a tre altrimenti ti arpiono con la mia fiocina e ti spedisco sottocoperta a medicarti le ferite” lo zittì.

Federic guardò terrorizzato Sylvie. Sapeva che le cose al porto erano difficili e ci voleva prudenza, ma non pensava di essersi imbattuto proprio in uno di quei disgraziati che più che da capitani si comportavano da pirati, e che per risparmiare sul personale di bordo intimavano a chi si trovava a tiro di lavorare per loro, pena una brutta fine. Quello era uno di quei casi in cui la polizia non interveniva quasi mai, perciò era gioco forza di questi cerberi imbrogliare i disgraziati malcapitati nelle loro grinfie.

Federic sperò che portando un po’ di casse di pesce a bordo del piroscafo, il capitano poi lo lasciasse andare. Allora provò a stare al gioco:

“Oggi mi sento di farti il favore, ma appena ho finito devo proseguire la strada con loro” ed indicò Sylvie e sua figlia.

“Muoviti!” fu l’unica cosa che si sentì rispondere dall’alto.

A Sylvie non rimase che aspettare, mentre Federic si univa ad altri tre garzoni che trascinavano su per l’imbarcazione casse di viveri e di materiale vario.

Sylvie alzò gli occhi nervosi all’orizzonte: il giorno era cominciato con un vento freddo e grinzoso, il cielo una cappa plumbea indefinita, come se durante il giorno, prima o poi, sarebbe dovuto piovere. Si aggiustò il lembo della giacca che indossava sopra l’abito e aspettò impaziente. Teneva bene gli occhi fissi su Federic, che in quel momento rappresentava tutto l’aiuto di cui poteva disporre, e cercava di non pensare troppo al freddo che le faceva battere i denti. Stare ferma le costava uno sforzo enorme.

Federic, da parte sua, cercava di lavorare sodo per terminare il lavoro in fretta. Scambiò poche parole di saluto con gli altri ragazzi, tutti giovanissimi. Dalle occhiate che si scambiarono quelli gli fecero capire che anche loro erano stati assoldati più o meno nello stesso modo. Avevano una faccia stanca e tirata nonostante il giorno fosse appena iniziato.

Una volta sull’imbarcazione Federic notò che si trattava di un peschereccio camuffato. A tribordo partivano alti pali con agganciate delle reti da pesca, ma Federìc ebbe l’impressione che fossero lì solo per sviare l’attenzione. Enormi casse strane erano già accostate le une sulle altre in poppa, coperte da spessi teloni cerati. L’omone africano si muoveva su e giù per lo scafo, controllando che tutto fosse a posto. Sembrava che stesse seguendo un rituale che conosceva lui solo.

Guardando meglio le casse gli balenò nella mente che potesse trattarsi di materiale di contrabbando… o di rifiuti… ispezionò meglio, sì, le fattezze delle casse coincidevano, e le scritte su di esse le conosceva… allora l’aveva trovata! Si trovava a bordo de LeDauphin de la mer!

Scivolò senza dare nell’occhio al lato del battello, e sporgendo la testa di sotto gettò un’occhiata veloce al nome dell’imbarcazione: Le Dauphin!

Si volse perciò al comandante:

“Comandante, credo proprio che continuerò a tenerle compagnia anche durante il viaggio” esclamò.

“Ah sì, e cosa te lo fa credere bamboccio?”

“Perché ho una lettera d’imbarco per lei”. E gliela consegnò.

Il comandante l’aprì e la scorse velocemente, l’espressione della sua faccia un muro di pietra.

“Benvenuto a bordo de Le Dauphin, giovanotto. Chiama su la tua amica perché sto per levare l’ancora” gli rispose poi guardandolo dritto negli occhi. Federic sentì che quella bestia di capitano puzzava di un odore simile alla verdura andata a male, e aveva due grossi cerchi sotto gli occhi.

Federic si precipitò giù da Sylvie per comunicarle la notizia. Lei si commosse e abbracciò il suo compagno di viaggio. Adesso era visibilmente rinfrancata.

Entrambi salirono a bordo. Sylvie spingendo il passeggino e ringraziando Dio di avercela fatta, Federic ripensando al profumo della pelle di Sylvie al momento in cui lei l’aveva abbracciato.

Il comandante gettò uno sguardo carico di impazienza verso la donna e la figlioletta che stava ancora dormendo nel passeggino. I suoi due angeli custodi se ne accorsero, ma il comandante con fare altezzoso impose loro che la bambina non si mettesse a frignare, sennò l’avrebbe relegata sottocoperta, nell’angolo più buio e fondo della stiva.

Sylvie si sentì male dal gelo con cui vennero dette quelle parole, le parvero di una disumanità crudele. Federìc osò controbattere che nemmeno le bestie trattano così male i loro cuccioli, ma il comandante lo degnò di uno sguardo sprezzante e fece dietrofront verso la sua posizione di controllo.

Caricate a bordo le ultime casse, il comandante ordinò di salpare. Dei tre ragazzi che avevano issato le casse a bordo, uno aveva deciso di andarsene, ricevuta la sua magra paga, mentre due erano rimasti sull’imbarcazione; ora uno stava levando gli ultimi ormeggi manuali e l’altro era sceso sottocoperta per controllare la potenza dei motori con un dispositivo che gli aveva affidato il comandante. Quest’ultimo si era rinchiuso nella sala dei  pannelli di controllo per inserire nel computer di bordo della nave le coordinate della navigazione automatica attorno alla penisola di Cotentin.

Ad un certo punto si levò un fischio acuto dagli autoparlanti disposti sopra la cabina di pilotaggio, simile al suono di un corno. La nave cominciò a muoversi, prima lentamente, poi fendendo l’acqua con sempre maggior forza.

Sylvie, in piedi a babordo, si resse saldamente al parapetto quando la nave si scosse.

“Un altro momento del viaggio inizia” pensò, gravata da un peso nel petto. “Dio dei cristiani, Dio che forse solo ora ti sto scoprendo, se hai pietà di me, di mia figlia e di questo amico che ci accompagna, fa, ti prego, che arriviamo a destinazione sani e salvi”.

Scrutò l’orizzonte lontano fin dove riusciva a spingere l’occhio: il mare era agitato da bruschi colpi di vento gelido, le onde s’increspavano alte rilasciando la loro spuma biancastra che il vento scomponeva quasi subito.

Il cielo pareva essersi abbassato indefinitamente, talmente era diventato una cappa fitta di nembi; pesava su di loro come un macigno plumbeo, opaco e minaccioso.

Avvicinò ancora di più a se il passeggino e coprì meglio che potè Judith che si stava agitando nel sonno. Doveva aver percepito che si erano mossi.

“Dovreste andare sottocoperta voi due” le disse gentilmente Federìc. “Là è più sicuro, c’è meno freddo”.

Lei abbassò il capo imbarazzata. “Non te l’ho detto prima per paura che m’impedissi di salire” cominciò a dire, “soffro di mal di mare… mi fa meglio stare all’aria aperta. In cabina mi sento soffocare, e la nausea mi dà alla testa”.

Federìc le si avvicinò e la guardò con tutta la tenerezza che sentiva ardergli dentro.

“Dovevi dirmelo. Tra l’altro il tempo è incerto, sembra stia preparandosi una tempesta”.

Sylvie lo guardò spaventata.

“Una tempesta? Ce la faremo a non lasciarci sbattere e travolgere dalla furia delle onde?”.

Federìc le sorrise per rassicurarla. “Ma certo, stai sicura. Questa è una nave predisposta per traversate in questo lembo di costa sferzata dai venti e dal mare infido della Manica, è stata progettata e costruita secondo tutte le precauzioni. E’ forte e robusta, ha una chiglia profonda in acciaio, ha motori potenti pensati per resistere alle bufere che si scatenano in questo tratto di mare”.

“Ma è pesante, siamo a pieno carico. Non sarebbe meglio se fossimo più leggeri?”.

“Il comandante sa quello che fa. E poi la nave è una nave di ultima generazione, ha la guida automatica generata da un computer di navigazione che mette insieme i dati di rotta con quelli che gli vengono dalla composizione delle correnti del mare e dall’analisi dei venti, misurati ad intervalli regolari. Siamo al sicuro qui”.

“Sarà…” replicò. Era chiaro che lo strenuo incoraggiamento di Federìc non era bastato a convincerla.

“Vuoi che vada io sottocoperta con Judith? Qui sopra potrebbe ammalarsi con tutto questo vento e col freddo che fa”.

“Va bene. Vai avanti tu, io ti raggiungo tra pochi minuti. Voglio contemplare ancora una volta questo paesaggio pauroso e spettacolare”.

Ma proprio in quell’istante Judith si svegliò, facendo trillare la sua bella vocina acuta e scuotendo le braccine in segno di protesta. Aveva molta fame e, come tutti i neonati della sua età, pretendeva la colazione a base di latte materno.

Federìc la spronò per l’ultima volta: “Se l’allatti qui, si prenderà un accidente. Stai attenta Sylvie!”.

Lei si stupì dell’intensità con cui lui le aveva parlato, ma gli disse che non se la sentiva di andare giù. Voleva restare lì ancora un altro po’.

Federìc alzò le spalle in segno di resa, scuotendo sconsolato un braccio si voltò per andarsene, mentre Sylvie stava attaccando Judith al seno. La piccina cominciò a succhiare il latte con avidità.

Rimase così un quarto d’ora. Poi lei lo richiamò per consegnargli la figlia.

Dopo che lui si fu allontanato spingendo il passeggino con le braccine di Judith che protestavano perché non voleva allontanarsi dalla madre, lei rimase ferma a contemplare l’immensità dello scenario che si spalancava davanti al suo sguardo.

Il mare stava assumendo una tonalità grigio-violacea, era inquieto e poco rassicurante.

La costa dolce, dalle vaste spiagge sabbiose della regione del Calvados, stava scomparendo per lasciar posto alle falesie più o meno alte della penisola di Cotentin.

Sylvie si ricordò che una volta che suo marito l’aveva portata in gita alle bianche falesie di Fecamp ed Etretat, dove aveva ammirato lo scenario spettacolare ed impressionante delle scogliere bianchissime, d’alabastro, con i loro tipici archi e pinnacoli erosi dal vento e dalle maree. Era stato allora che aveva imparato a conoscere abbastanza bene la costa normanna; si faceva bassa e sabbiosa nella regione del Calvados, dove affluivano pure i fiumi Orne, Seine e l’Eure, e tornava ad ergersi nella possenza della sua roccia millenaria sul protendersi della penisola di Cotentin, dove l’acqua della Manica sferzava la roccia impavida con inaudita violenza. L’enorme golfo di Saint Malò, vicino al quale si trovava anche Saint Michel, era come un’oasi di pace in mezzo a quei muraglioni di costa: lì tornava a regnare la battigia sabbiosa, ultima lingua di terra che si estendeva fin dentro il mare a partire dalla brughiera e dai dolci pendii nell’entroterra; era spazzata dalle maree più potenti d’Europa, anche 13 metri di dislivello tra una marea e l’altra.

Sylvie si stupì che proprio in quel momento le fosse sovvenuto un ricordo di suo marito. Che il destino la stesse avvisando che si stavano avvicinando a lui?

Scoprì che i battiti del suo cuore acelleravano mentre pensava a lui, e si sentì felice per questo.

Provava nel cuore un moto incessante di emozioni: paura per come sarebbero stati trattati dal comandante, speranza perché il viaggio – nonostante tutto – stava proseguendo.

A mezzogiorno si ritrovarono tutti sottocoperta per un pranzo frugale a base di pane, formaggio e pesce fresco. Gli uomini sorseggiarono del sidro offerto dal comandante, mentre Sylvie preparò un caffè forte per tutti. Su idea del comandante avevano preso una grossa cesta per la legna, l’avevano fasciata con delle coperte e ci avevano steso Judith che dopo la seconda poppata di quel giorno si era lasciata stendere facilmente ed ora li stava osservando tutti con i suoi occhietti vispi e le manine cicciottelle in perpetua agitazione.

Sylvie all’inizio aveva protestato, ma visto che a sua figlia non dispiaceva la nuova sistemazione, si arrese e tornò a conversare con gli altri.

Il comandante non prendeva parte alla conversazione, se ne stava in disparte meditabondo.

Gli altri tre uomini discutevano di cosa avrebbero fatto una volta a terra.

Passò così anche il pomeriggio.

Calava già la luce del sole e le nubi sembravano aver messo le ali talmente correvano via, spinte dal vento, quando la nave circumnavigò il punto più a nord della penisola; passò La Hague ed il piccolo porto di Goury, proseguendo verso sud. Dai boccaporti cominciava a spuntare il paesaggio bretone, con la visione selvaggia delle sue coste, dai tratti superbi ed inalterati.

Bellezza, grandiosità, onnipossenza: sembrava che la natura avesse giocato a superare se stessa. Per se o per l’uomo? Si chiese Sylvie.

Sul far della sera successe qualcosa. Un repentino cambiamento.

Nel giro di pochi minuti la nave piombò in un silenzio irreale. Il comandante sparì nella cabina di comando, i due mozzi filarono sottocoperta con una sfilza di istruzioni da compiere. Federìc e Sylvie avevano ricevuto ordine tassativo di non mettere la testa fuori per nessun motivo.

Dai finestrini ad oblò si vedeva pochissimo: la sera aveva steso il suo nero manto di velluto su ogni cosa, il mare era una distesa piatta e scura che si confondeva col cielo nero pure quello.

Le nubi coprivano le stelle, l’oscurità faceva paura.

Federìc accese la tv satellitare sul canale meteo, e subito tutto fu chiaro: era dichiarata imminente una tempesta sul Canale della Manica. Si consigliava a tutte le navi in circolazione nella zona di stare all’erta e, caso mai, di iniziare la procedura di attracco stabilita per casi simili, in accordo con le capitanerie di porto più vicina.

“Attraccheremo anche noi?” s’informò Sylvie preoccupata.

“Temo di no, anche se nutro sempre la flebile speranza che il comandante non sia così sciagurato come immagino”.

“E perchè mai non dovrebbe attraccare al porto più vicino?” insistè.

Dopo due giorni interi trascorsi prima sul battello a risalire l’Orne, ed ora in nave a seguire la costa normanna in direzione della Bretagna, con una bimba a carico e senza alcuna garanzia di riuscita in quanto si era prefissata, con la paura che in qualunque momento qualcosa andasse storto, Sylvie era al limite della tensione. Un altro colpo infertole al suo delicato equilibrio emotivo, e avrebbe dato in escandescenza. 

Federìc si chiese se lei fosse il tipo da scoppi di collera isterica o il tipo da depressione e silenzi.

Nella stiva erano loro due soli, eccetto Judith che stava giocando con un rocchetto di spago grosso nella cesta ideata per lei dal comandante.

Quando le onde cominciarono a sballottare la nave e la lampada appesa al soffitto iniziò il suo tango vorticoso, Judith iniziò a piangere.

Entrambi si precipitarono da lei, e il verdetto fece diventare pallida la madre:

“Ha la febbre” escalmò stupito il giovane.

“Come è possibile?”

“Ricordi stamattina… ti avevo avvisata” la rimproverò serio. “Ma potrebbe essere stato l’intero viaggio… La piccola è debole, è sempre stata all’aria aperta e questo non va bene per un neonato. Dovresti saperlo”.

Sylvie lo guardò arrabbiata per quel che le aveva detto.

“E con questo?” replicò lui secco. Era la prima volta che bisticciavano. “E’ vero, non ho figli, ma non ci vuole una laurea per capire che portarsela dietro in un viaggio simile si sarebbe ammalata… o sbaglio dottoressa?”.

Lei lo fulminò con lo sguardo. “E cosa avrei dovuto fare secondo te, allora? Lasciarvela a voi, laggiù? Quando mai avrei potuto rivederla? Se mi fosse capitato qualcosa e non avessi più potuto tornare a riprendermela, non me lo sarei mai perdonato!” rispose rabbiosa come un animale ferito.

“Perchè se ti succedesse qualcosa ora, mentre lei è qui con te, te lo potresti perdonare? Scusa tanto, ma mi spieghi che differenza c’è?!” gridò lui esasperato.

“C’è che almeno saremo accomunate insieme dallo stesso destino!” urlò disperata, rendendosi conto dell’assurdità di quello che stava dicendo.

Aggrappandosi al mobilio della stiva, Federìc si alzò e si fece largo verso la parete più lontana dove era appeso un armadietto dei medicinali.

“Ti cerco del paracetamolo. Speriamo sia solo una infiammazione passeggera” disse secco.

Sylvie cominciava a spazientirsi, si mangiava le unghie in preda ad una crisi nervosa; prese a singhizzare.

“Cos’altro potevo fare, dimmelo! Dim-me-lo!”.

Lui si voltò, e guardandola fisso negli occhi: “Dovevi lasciarla alla comunità. Ci saremmo presi cura di lei con tutte le nostre forze migliori. Credi di essere l’unica a saper allevare un figlio? Credi di avere l’esclusiva?”.

“Ma sono io la madre!”.

“Tu sei colei che l’ha partorita. Ma non potresti niente da te sola. Niente”.

“Che vuoi dire?”.

“Quello che ho detto. Che un figlio non è proprietà privata di chi lo partorisce. Tu hai la custodia in terra, questo sì. Ma dimentichi che Dio l’ha generato con voi due, con te e con tuo marito. Eravate in tre in quel momento”.

Lei l’ascoltò con tutta l’attenzione che aveva nel corpo e nello spirito. Gli credette.

Abbassò il capo a riflettere, in silenzio.

Teneva Judith stretta tra le braccia, e la cullava dolcemente.

Strano, perché attorno a lei ben altro rollio si era scatenato.

La nave veniva sballottata in maniera impressionante, si percepiva la furia del vento sbattere contro gli oblò e contro le pareti stesse dell’imbarcazione che vibrava come una foglia, per quanto fosse moderna e sicura.

Dentro la stiva gli oggetti avevano preso a rollare da una parte all’altra delle pareti, pareva che le onde giocassero a dadi con quello che per loro era solo un guscio di noce.

“Ti prego, vai dal capitano a implorare che fermi la nave al porto più vicino!” supplicò lei rivolta all’amico.

“Cosa credi che mi risponderà? Hai visto quante casse trasporta questa nave? Il comanante non è tipo da farsi spaventare da una tempesta… secondo me abbiamo a che fare con un contrabbandiere…sidro, aquavite, non mi stupirei ci fossero anche casse pregiate di bourboon, wisky e scoch. E poi perché credi che ci abbia fatto salire a bordo? Nessun bravo capitano avrebbe permesso ad una ricercata dalla Guardia Fiscale, con l’aggravante di sottrazione di minore dal Centro Diurno, di salire a bordo!”.

“Come ho fatto a non pensarci prima!” sospirò. “Hai ragione, hai sempre ragione…”.

“Non ti abbattere, vedrai che la tempesta passerà in fretta. Siamo imbarcati sulla nave di un valoroso comandante deciso a giocare il tutto per tutto; si farà forza, vedrai, e guiderà il suo carico di merce prezioso per questo dannato Canale” disse deciso.

Judith iniziò a piangere di nuovo.

“Presto, il paracetamolo” disse Sylvie.

“Quant’è la dose?”.

“Judith pesa una decina di Kili, dovrebbero essere circa 30 gocce”.

“Dove le metto?”.

“Puoi scaldare un po’ d’acqua calda? Là in fondo c’è un tinello con la cucina a gas”.

“Vado”.

Mentre Federìc armeggiava con pentolino e fornello, e Judith non smetteva di piangere, Sylvie sentì nascere dentro di sé una cosa che somigliava alla preghiera. Non l’aveva mai sperimentata prima d’ora, tuttavia la riconosceva. Si lasciò trasportare dal suo cuore.

“Dio di Gesù Cristo, abbi pietà di me, di mia figlia e di quanti sono su questa nave. Ti prego, ti imploro dal più profondo, abbi pietà!”.

Frattanto le si avvicinò l’amico con il biberon di acqua calda zuccherata e la medicina.

Judith faceva fatica a trangugiarla, ma la madre le teneva il biberon infilato in bocca senza possibilità di sputarlo fuori. Alla fine la piccina trangugiò tutto e si rimise calma. La pancia piena doveva contribuire a calmarla un po’.

Un’onda più potente delle altre scaraventò Federìc, che in quel momento non era aggrappato a nulla, in fondo alla stiva. Ruzzolò sul pavimento di assi di legno, si graffiò il viso e delle schegge di legno gli si infilarono nelle braccia scoperte dalle maniche di camicia arrotolate.

Per qualche minuto stette intontito per terra, mentre sentiva una voce chiamarlo da lontano. Poi la voce divenne più chiara; era quella di Sylvie.

“Federìc, Federìc” urlava angosciata.

La voce smise quando lui levò un braccio per farle segno che stava bene e iniziò a tirarsi su. Ma si sentiva tutto indolenzito.

La tv aveva già smesso da un po’ di dare notizie, ed al suo posto un monotono bzbz si diffondeva sottocoperta. D’improvviso si spense, ed un attimo dopo saltò pure la luce elettrica pure.

Judith riprese a piangere.

“Dannazione!” inveì la voce maschile.

Sylvie aveva paura, ma non riusciva a dire una sola parola.

Premeva la figlioletta contro di sé per rincuorarla, nonostante piangesse a dirotto.

“Sylvie, stai ferma dove sei” le urlò.

“S-ssì” si sentì rispondere tra il fragore della tempesta ed il pianto di Judith.

Lui cominciò a risalire la stiva a tentoni, al buio.

“Sylvie, sto arrivando…” farfugliò. “Stai tranquilla… ce la faremo” diceva per placare la paura di entrambi.

“Federìc… ho paura” rispose terrorizzata.

“Non pensarci… non-avere-paura! Fidati di me!” la rassicurò.

“Federìc, ti sento male…” balbettò tremante. “Federìc…”.

“Dio ti prego, salvaci!” pregò lui in cuor suo mentre strisciava per risalire. Gli sembrava di essere un enorme rettile anfibio.

In quel momento uno degli oblò si fracassò con uno squarcio indicibile, che fece tremare ancora di più quei poveri agonizzanti ancora superstiti. Il freddo si fece più acuto e pungente, mentre fiotti d’acqua via via più abbondanti si riversavano dentro dalla falla aperta.

“E adesso come glielo faremo sapere al comandante?” pensò Federìc per prima cosa. Ma non riuscì a pensare a nient’altro perché una improvvisa corrente d’acqua lo afferrò e se lo trascinò via, fuori dall’oblò. Lui annaspò per non affogare, e appena fuori dalla nave riuscì ad aggrapparsi ad un pezzo di legno galleggiante, proveniente chissà da dove.

Tra l’urgagano, il gelo immenso del mare, la pioggia battente ed il vento che gli sferzava in pieno il viso ebbe solo la forza di lottare contro la furia degli elementi, animato dall’inumana speranza di sopravvivere.

Dentro Sylvie si era accorta che qualcosa era accaduto. Chiamò Federìc ma questi non rispose. Sentì l’acqua sfiorarle le caviglie, poi le ginocchia, poi il bacino. Strinse ancora più forte a sé la figlia, e pregò con tutta la forza che aveva in grembo.

“Salvaci Dio onnipotente, salvaci Dio onnipotente…”.

Anche l’oblò accanto a lei si ruppe e, tra le schegge di vetro ed il fragore dei flutti, si sentì aspirare da una corrente d’acqua freddissima verso il buio più buio della notte e dell’oceano. Gli oblò erano sufficentemente grandi perché ci passasse in mezzo senza difficoltà una persona, o un mobile, o un pezzo di legno. Insieme alla donna, che per istinto materno cercava di tenere la bimba con la faccia fuori dal pelo dell’acqua, nonstante questa si divincolasse e piangesse in maniera straziante, uscì fuori nell’acqua anche una chiatta. Era la grande tavola di legno rovesciata. Passò accanto a Sylvie che senza pensarci un secondo la afferrò per una gamba e si trascinò sopra con la figlioletta che teneva al riparo, dentro il cappotto inzuppato fradicio.

La chiatta oscillò sulle onde leggera come una foglia d’albero, per poi infilarsi di sbiego nei tralicci delle enormi reti da pesca della nave. Incredibilmente le reti non si erano ancora spezzate sotto la violenza brutale dell’uragano, il vento e l’acqua le avevano attraversate senza romperle. Così la chiatta stette incastrata entro le reti, e non affondò.

La tempesta, scoppiata a notte fonda, imperversò nel cuore nero della notte.

Spuntavano le prime luci dell’aurora quando la tempesta cominciò a placarsi.

Per prima cosa Sylvie guardò la figlia: non capiva quanta febbre avesse, ma era ancora viva. Poi, alla debole luce del primo giorno, Sylvie scorse un braccio disteso infilato in mezzo alle reti, in un punto che solo poco prima non aveva potuto osservare perché c’era ancora troppo buio. S’allungò carponi sulla tavola di legno, facendo attenzione a non scivolare e a non mettere la tavola in una condizione di equilibrio precario od instabile, e si avvicinò al braccio che spuntava.

Cominciò a batterle forte il cuore quando s’accorse che dietro al braccio spuntava tutto il corpo di Federìc, incastrato anch’esso nelle reti da pesca della nave. Evidentemente la nave, inchinandosi per via della furia delle onde, li aveva fatti uscire dalla parte degli oblò che davano sulle reti da pesca, ed erano rimasti incastrati dentro di esse.

Sylvie cercò di scuoterlo ed animarlo, trascinandolo più su verso la sua imbarcazione di fortuna. Controllò il respiro: era ancora vivo, ma non dava segni di vita. Lo chiamò, gridò, urlò con forza. Allora lui debolmente iniziò ad aprire gli occhi, prima l’uno poi l’altro. Quando mise a fuoco che si trattava di lei, sorrise. Ma chinò subito il capo sentendosi svenire. Aveva troppo freddo.

“Siamo vivi, siamo vivi…” gli gridò Sylvie con il poco fiato che aveva ancora in corpo. “Siamo ancora vivi nonostante la tempesta… è un miracolo! Non puoi cedere adesso Federìc…”.

Ma non sapeva cosa fare. Si guardava intorno, ma non sapeva cosa fare.

Levò lo sguardo in alto e vide il comandante che si sporgeva dalla prua fracassata per ispezionare la nave. Li vide subito. Gridò loro che resistessero, che veniva a prenderli con una scialuppa di salvataggio.

“Incredibile, incredibile, incredibile…” lo sentiva gridare con la sua spessa voce di uomo negro.

Sylvie provò nel cuore un debole moto di gioia, ma ancora non era finita. Non ancora del tutto.

Richiamò Federìc, che di nuovo tentò di sollevare la testa e di guardarla.

“Federìc, ti devo domandare una cosa che riguarda la nostra fede ormai…” gli rivelò a voce alta.

Lui parve comprendere immediatamente, e stese verso di lei la mano. Toccò l’acqua gelida, che si tinse di rosso perché aveva un piccolo taglio sul polso, e con l’acqua così tinta si allungo il più possibile per tracciarle un segno di croce sulla fronte: “Ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” balbettò.

Sylvie gli porse anche la figlia, e lui fece altrettanto. Ma lo sforzo fu troppo grande: appena abbassò il braccio, esanime scivolò nell’acqua senza che lei potesse fare alcunchè per trattenerlo.

Di lì ad un attimo sopraggiunse il comandante con la scialuppa. Ma troppo tardi per lui.

Le trasse in salvo e le avvolse in salvagenti ed in coperte calde.

Sylvie continuava a ripetere istericamente che lì sotto c’era anche Federìc, ma il comandante le intimò che non poteva tuffarsi di sotto. Le avrebbe riportate in salvo e poi sarebbe sceso a controllare di nuovo.

Sylvie lo implorò di cambiare idea, ma quello non si smosse dalla decisione presa. E se mentre lui era di sotto, la barca si fosse capovolta? E se mentre non era ai comandi fosse successo qualcosa e non avessero più potuto risalire a bordo? No, troppo rischiso.

La prudenza in questi casi era l’unica regola sicura. Le avrebbe riportate su, e poi sarebbe tornato a vedere.

Lacrime amare non resistettero dentro gli occhi di Sylvie; cominciarono a sgorgarle fuori dal più profondo del suo animo. Persino Judith aveva ripreso a piangere.

 

 

 

 

 

 

 

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domenica, 15 luglio 2007 | in :
Cari lettori, il capitolo X° è molto complesso ed è ancora in fase di stesura; in più il tempo per scrivere adesso che i bimbi sono a casa da scuola è pressochè sparito. Portate pazienza se non posto brani nuovi da leggere!
Vi lascio il riassunto così che, se qualcuno capita qui senza sapere di cosa parla il romanzo, può leggere il riassunto e, qualora gli piaccia il tema affontato, leggere i capitoli riportati sotto.
Buona estate a tutti!

Riassunto dei capitoli precedenti: Unione Europea 2154. Val di Susa. Nella Sacra di San Michele trasformata in clinica di ricerca e sperimentazione di nuovi medicinali,  il dottor Leonardo ha contratto una "malattia" sconosciuta e su cui vige il segreto più assoluto, nel senso che quelli che l'hanno già contratta sono tutti chiusi lì dentro. Senza possibilità di uscire. Questa nuova "malattia" comporta una cecità strana, dal momento che la perdita della vista si limita solo alla incapacità di vedere le persone, mentre tutto il resto - paesaggio, cose, animali, ecc. - si continua a vedere.
Leonardo riesce a fuggire di nascosto dalla clinica, e, mezzo morto, raggiunge il rudere di una vecchia chiesa in cui trova rifugio dagli agenti della clinica che lo stanno cercando. La canonica è abitata da un anziano monaco, attorno al quale si raduna un esiguo gruppo di fedeli perchè ormai il cristianesimo in Europa è ridotto a piccole comunità.
Molte cose sono cambiate in Europa, a cominciare dal fatto che essa è diventa